Su di me

Mi chiamo Michela Carpanelli, ho da poco festeggiato i cinquant’anni e sono già stata educatrice, imprenditrice agricola, mecenate e appassionata di danza, insegnante di yoga, insegnante di Metodo Feldenkrais, esperta di igienismo (o scienza della salute) e realizzatrice di piatti vegani (anche nella cucina di un ristorante). D’altronde la mia curiosità (ben rappresentata dalla laurea in filosofia) mi ha resa fin da molto giovane una ricercatrice, costante solo nella ricerca.

Poi, circa sei mesi fa, tutto si è arrestato, le mie innumerevoli identità sono state spazzate via di colpo; una notizia mi ha raggiunta, si è fatta largo piano piano nella vasta coltre della mia incredulità e, sopra e insieme a tutto il resto, la ricercatrice è morta.

Fin da molto giovane sono anche stata una mamma per vocazione e ciò, apparentemente, è incompatibile, ancora oggi, con il concetto di “realizzazione”; io invece ho sempre saputo che la mia sarebbe passata prima di tutto per il diventare mamma. Ho vissuto gli anni della mia giovinezza a tentare di formare in me il genitore che sarei diventato, ad accumulare competenze e esperienze che potessero prepararmi a dovere per il compito che, per me, veniva prima di tutti gli altri. La mia “carriera” di mamma è esplosa con la nascita dei miei tre figli, e ha continuato a portare con sé sempre nuove prove, “corsi di aggiornamento” e successi. E tuttavia, con il passare degli anni, è diventato sempre più chiaro che, per buona parte di mondo, il restare dietro le quinte tipico dell’accudimento della crescita di giovani vite non corrisponde ad alcuna realizzazione, ma piuttosto a una rinuncia, a un fallimento o, addirittura, a una colpa.

A me invece le quinte sono sempre piaciute; non ho mai trovato niente di strano o di sbagliato nel desiderio di restarci: l’ho, anzi, istintivamente preferito al rischio di palcoscenici luccicanti a discapito di quinte trascurate e malmesse. Questa sono stata io, fino a quando non ho ripetutamente dovuto arrendermi all’evidenza di essere morta, in questo senso, come in tutti gli altri nei quali mi ero conosciuta fino a quel momento.

E quindi adesso scrivo. E questo è il palcoscenico sul quale il mio manifestarmi sarà, questa volta, letterale. Le mie quinte sono in ordine, e non ho altri pregiudizi sui palcoscenici.

Vi racconto come metto a frutto tutte le risorse che ho, per non restare schiacciata dall’immagine delle donne che hanno scelto di dedicarsi alla crescita dei loro figli, in questo contesto culturale; in tutte le prove che incontro e ho incontrato, anche una volta che i figli sono diventati grandi. Vi racconto come ho sempre provato a restare “me stessa”, apparentemente scomparendo nel compito di madre. Anche quando sono rimasta di fronte al vuoto.